Il mio intervento a Geo&geo

Martedì 3 aprile 2012 sono stata ospite della trasmissione Geo&geo, su Rai 3. Ecco il video:

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Un grazie a Monica Daniele di Bologna che scrive queste belle righe su di noi

Vi segnalo il nome dell’ostetrica che mi ha permesso di vivere
l’esperienza fantastica della nascita dolce di Giulio avvenuta tra le
mura domestiche di quello che io e il mio compagno abbiamo scelto come
nido per far nascere e crescere la nostra famiglia…ricordi
bellissimi di momenti indimenticabili che augurerei a tutte le donne e
ai loro compagni, ma soprattutto ai nuovi venuti, di vivere!
Il tutto grazie a Paola Chini che risiede in provincia di Bologna il
cui cellulare è 3487046528, e collabora col centro Asia dove organizza
anche corsi preparto, massaggio del neonato, svezzamento.
Ma non sarei stata in grado di affrontare il tutto con quella
serenità, fiducia in me stessa e nelle mie capacità, con l’ascolto di
me e del mio piccolo, se non avessi frequentato il corso/percorso di
yoga in gravidanza del centro ASIA che si trova centro a Bologna in
via Riva Reno 128 tel.051.225588  http://www.asia.it/ e alle parole e
preparazione emotiva oltre che fisica delle due Maestre Beatrice
Benfenati e Letizia Magenti. Questo percorso lo consiglierei a tutte
le donne al di là del luogo in cui si preferirebbe partorire (è qui
che ho conosciuto Paola)
Consiglio inoltre vivamente la lettura del libro di Beatrice Benfenati
“Dall’epidurale alla meditazione” Ed. Eugea.

DONNE RIAPPROPRIAMOCI DEL NOSTRO CORPO E DELLE NOSTRE CAPACITA’ DI
VIVERE UN EVENTO UNICO NELLA NOSTRA VITA.

Grazie,
Monica Daniele da Bologna


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Geo&geo

Domani 3 aprile parteciperò alla trasmissione di Rai Tre Geo&geo sul tema del parto naturale.

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Pranayama e Dhyana per la donna in gravidanza e in preparazione all’esperienza del parto Un seminario con Beatrice Benfenati al Mondo YogaStudio di Parma.

Domenica 1 Aprile ore 10-12,30 e 15,30-18,00

Programma:
L’ascolto e il rispetto del respiro involontario, dopo aver preso coscienza degli ostacoli fisiologici e mentali
che lo disturbano, crea le condizioni per un raccoglimento che porta la donna a cogliere in se stessa un
centro inattaccabile. Non un luogo in cui credere, ma un’esperienza che ha il sapore dell’indubitabilità, della certezza. Un luogo al quale potrà ritornare sempre, che sarà ciò che potrà sostenerla soprattutto quando il parto non si svolge come lei avrebbe desiderato.

A chi si rivolge:
Alle donne in gravidanza, agli insegnanti di yoga, agli operatori nel campo della nascita.
Obiettivi: riportare l’evento della nascita al suo valore di esperienza iniziatica, rievocandone la sacralità.

Iscrizioni:
Telefonare cell. 328.2115946 (Eugenia) o inviare una mail info@associazioneilmondo.it e versare la quota
passando direttamente presso il centro o a mezzo bonifico bancario IBAN IT45V0316501600000110466801
intestato a ASSOCIAZIONE CULTURALE IL MONDO indicando nella causale – GRAVIDANZA – (portate
con voi la ricevuta bancaria). Il seminario si terrà con un minimo di 10 iscritti.
QUOTA SOCI: € 60, € 15 tessera socio – TERMINE ISCRIZIONI 20 marzo.
SEDE DEL SEMINARIO: Il Mondo YogaStudio, Strada Mezzo Moletolo, 17A Parma

 

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Venerdì 24 Febbraio lezione di KI e spada giapponese per la gravidanza (ad Asia)

Chiara come il cristallo,

acuta e splendente,

la spada sacra

non ammette spazio

per ospitare il male.

 

Morihei Ueshiba (fondatore dell’Aikido)

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Il corpo che nasce. Gravidanza e parto come vie sapienziali
/3 Conferenza di Beatrice Benfenati presso l’associazione culturale Asia Modena, giovedì 2 dicembre 2010, per il ciclo di incontri “Il corpo sapiente”.

3° parte

Domande dal pubblico

Domanda: il rapporto che i nostri bambini hanno con il mistero, è più sereno del nostro?

Beatrice: Al bimbo la strega spaventosa, che non vede e che si immagina, raccontata dal genitore in un ambiente protetto, piace un sacco. Il mistero gli piace anche quando fa paura. In certi casi, quando ti chiedono di raccontare per l’ennesima volta la stessa storia, aspettano la parte più inquietante; se ad esempio una volta addolcisci un po’ il finale, ti dicono che non è vero, che succedeva quella cosa terribile. Il bimbo è nutrito dal mistero. Noi siamo mistero, siamo misteriosi a noi stessi. E non c’è risposta al mistero, per questo è un mistero. Ma non è terribile, è magico, miracoloso, stupefacente: noi siamo mistero, non sappiamo perché esistiamo e non può esserci risposta a questo. A una mia figlia una volta, non so perché, la domanda esistenziale è venuta da un bicchiere di latte: “Mamma da dove è arrivato il primo bicchiere di latte ?”.

Io l’ho guardata: “Te la dico una cosa?… ma sai che nessuno lo sa?! “.

“Nessuno lo sa!”… Era la gioia in persona! Si sentiva portatrice di qualcosa, aveva scoperto una cosa che nessuno sapeva, era felicissima.

E questo deve fare l’educatore: quando viene fuori il mistero, accoglierlo e rilanciarlo. Si può rovinare tutto, magari cercando di rispondere “perché la mucca …”. E loro giustamente dicono: “… ma allora la mucca da dove è arrivata?”. Davvero non lo sappiamo e questo non è terribile, anzi è stupefacente..

DOMANDA: i giorni dopo la nascita sono così importanti? Credevo soprattutto fosse importante non disturbare il bambino nel momento del parto, secondo l’insegnamento di Leboyer.

Beatrice: anche nei giorni successivi al parto il bambino è stupore, contemplazione. Quando è sveglio ha questo sguardo… Non è ancora del tutto nato: non è più un feto dentro alla pancia, ma non è ancora un bambino. Quei momenti vanno rispettati: poche parole, pochi gesti, solo quelli indispensabili. E guardatelo! Un neonato si guarda così volentieri, per ore. Poi ti dici: “Come è possibile?”, più che felicità è stupore. Se ci pensi bene, la felicità viene più avanti.

I primi giorni, se ti ricordi bene, non è neanche tuo figlio. Diventerà tuo figlio. I primi giorni lo guardi come a chiederti “Cos’è?” “Chi è?”.

Anche a questo fatto mamme e i papà vanno educati: può succedere che i primi giorni i piccoli siano visti come estranei, sconosciuti. Si fa fatica a toccarli e ci si dice che è perché abbiamo paura di far loro male, ma non è vero. Si fa fatica a toccarli perché sono sconosciuti. Non è tuo figlio. Lo diventerà pian piano, giorno dopo giorno, facendo delle cose insieme.

Ma lì è uno sconosciuto, è il mistero incarnato e quel mistero va rispettato. Il bimbo in quel momento ha bisogno veramente di poco, come insegnano le popolazioni che noi consideriamo “primitive” e che in realtà sanno ben più di noi: in quella fase spesso i genitori non possono essere avvicinati, addirittura abitano in una capanna isolata e non vanno toccati. Per 40 giorni vanno lasciati tranquilli e la donna non deve fare niente altro che occuparsi del bambino, altri cucinano per lei e la accudiscono. È molto sapiente questo, e noi li chiamiamo primitivi! È un momento di rispetto, non perché la donna stia male, ma perché ha bisogno di chiedersi cosa è successo, di prepararsi ad affrontare l’avventura della maternità per la quale deve, prima di tutto, educare se stessa.

DOMANDA: come possiamo fare per ripristinare questa situazione? Creare un gruppo?

Beatrice: dirlo, parlarne, far leggere, soprattutto a persone che aspettano un bambino. Incoraggiarle in questa cosa. Anche se è difficilissimo!…per questo ho chiesto un consiglio.

Domanda: Alessandra Ielli, la nostra insegnante di yoga in gravidanza ad Asia Modena, dice che abbiamo fatto un bel gruppo e siamo riuscite a partorire in una maniera dignitosa per una donna. A volte incontriamo donne che vogliono fare l’epidurale e proviamo a farle ragionare, ma rispondono: “ho già sofferto abbastanza”, ” ho la sciatica”, ” ho questo e quello”. Non vogliono soffrire. Così noi passiamo per le fanatiche che vogliono le cose naturali a tutti i costi. Ma io sono contenta del parto che ho avuto, l’ho cercato e sinceramente sono contenta. Ma si può proporre a tutti?

Beatrice: a Leboyer, quando è venuto ad Asia Bologna, qualcuno ha fatto una domanda simile. Lui ha detto che questo modo di affrontare gravidanza e parto non è per tutti. È vero, ma comunque questa possibilità va data, va proposta, testimoniata come state facendo voi, senza fanatismi, più che dirlo e testimoniarlo non si può fare. Come ho detto, un bambino nasce già antico e quindi ci sono storie che noi non conosciamo. Non sappiamo perché qualcuno è pronto e qualcun altro no. Però quanto meno testimoniare, questo possiamo farlo.

È al di là delle scelte il sentire di cui parlo; si presenta anche in caso di travaglio o parto disturbato. Quel sentire viene fuori sempre: non è perché una donna ha fatto l’epidurale, perché ha fatto l’episiotomia, che non si sentirà quel sapore di sconosciutezza addosso.

DOMANDA: durante il mio parto in ospedale avevo 13 medici tirocinanti che mi facevano domande sulle contrazioni e sul dolore delle doglie: “Quanto è intenso, da 1 a 10?”. E io ho detto, ma proprio con tanta serenità: “10″. e l’ho guardata come per dire “Secondo te… tu cosa proveresti al mio posto?”. Ma era una ragazza… puoi testimoniare, ma forse non bisogna traumatizzare queste persone, perché saranno i medici di domani

Beatrice: no, però non dovrebbe proprio accadere di avere intorno tredici medici tirocinanti in un momento come quello!

DOMANDA: ho partorito a gattoni perché non volevo vedere niente. Mi sono girata e mi sono immaginata di essere da sola chiusa in un uovo. Ho partorito benissimo e dietro di me c’era il mondo. Il medico chiamava i tirocinanti a vedere questo strano parto e questo è stato il lato un po’ comico. Dentro di me dicevo: venite pure, non c’è problema, tanto io sono chiusa nel mio uovo.

Beatrice: tu hai avuto sicuramente una preparazione tua, e una bravissima maestra, perché per fare questo ci vuole veramente una grande determinazione. Ma quello che mi viene da dire è che queste cose non devono succedere! Come è possibile? Questo io mi chiedo. Il mio è più uno stupore che una domanda, ma uno stupore di altro genere, non per il mistero ma per lo stato delle cose.

DOMANDA: adesso è di moda osservare tutto, entrare dentro tutto. Perché sembra che niente possa più sorprenderci.

Beatrice: o forse perché temiamo la sorpresa. Ma ci sono certe sorprese che non possiamo evitare. Noi crediamo di fortificarci con tutti questi controlli, ma questo ci rende più fragili. Non sappiamo più accettare un imprevisto, non sappiamo più neanche pensare che le cose potrebbero andare in un altro modo, non ci concediamo neanche il pensiero. Ma questa è una fragilità immensa e se educheremo i nostri figli a questo, sarà una catastrofe. Stiamo sfornando generazioni sempre più fragili, incapaci di sopportare l’imprevisto.

DOMANDA: ho avuto un parto difficile, mia figlia è stata a lungo in incubatrice. Secondo lei, l’esperienza negativa alla nascita può rendere difficile la vita?

Beatrice: non è detto. I bimbi nascono antichi, il parto e la nascita sono dei momenti importantissimi sicuramente, ma io penso che ci siano stati altri momenti importanti anche prima e che ce ne saranno altri dopo. Ogni bimbo reagisce in un modo diverso. Ad esempio, un bimbo che ha avuto una nascita più difficile è un bimbo che potrà avere, un domani, più domande di un altro proprio perché questo sentire gli è rimasto stampato dentro; allora sta a te preparati molto bene a sostenere tua figlia nel suo domandare, che come abbiamo visto nell’adolescente può prendere la forma della rabbia, della sfida. Non conosco tua figlia, magari questa cosa la supera da sola, ma tu puoi preparare te stessa a sostenerla e a non crearle altri momenti difficili, non pensando solo quello che è già stato, ma a cosa puoi fare adesso per lei. Il miglior aiuto che potete dare ai vostri figli è preparare voi stessi. In Oriente si dice: “Se veramente vuoi aiutare qualcuno, illuminati!”. Cioè risvegliati al mistero che sei, completamente. A quel punto sai come aiutare un altro, saprai accompagnarlo se è un problema risolvibile, e se è irrisolvibile saprai comunque stargli vicino.

Una volta vidi una delle mie figlie chinata su una farfallina che stava morendo. Le chiesi: “Cosa fai? Sta morendo?”. E lei: ” Sì, sì anch’io penso che stia morendo”. “E cosa fai? “. “Le facccio compagnia”.

Ed è stata lì con lei fino a che è morta e anche dopo. Io questa cosa non gliel’ho mai insegnata, ma lei sentiva che era importante fare compagnia a qualcuno. Non c’era soluzione al problema della morte – a volte possiamo risolvere, a volte no – ma se non posso risolvere il tuo problema sto qui e ti faccio compagnia, sto qui con te. Non piangeva perché la farfalla stava morendo, non era triste, era lì a farle compagnia, la guardava e questa è la cosa più importante secondo me.

Cosa posso fare per mio figlio? Risvegliarmi è la cosa più importante. Allora in quei momenti se sarà risolvibile, bene, se no ti faccio compagnia. Questa è la Via.

DOMANDA: quindi il trauma della nascita di cui parla la psicanalisi non è un evento così scontato? Possiamo avere un parto “dolce”?

Beatrice: non so in psicanalisi cosa si intenda profondamente per trauma della nascita. La nascita è sempre un evento grosso, per il bambino è una trasformazione totale: lui si trova ad un tratto a fare una cosa completamente diversa da quello che ha fatto in quei nove mesi. Stava lì bello accoccolato a giocherellare e d’un tratto si trova con questo utero che lo spinge e non sa perché. E si ritrova lui stesso a spingere e a fare qualcosa, ma non sa dove sta andando, non sa cosa gli stia succedendo. Non è sicuramente una cosa banale, deve fare le mosse giuste. La nascita “dolce”, intesa come un bambino che esce senza accorgersene, non esiste. Sarà sicuramente segnato, ma non è detto che sia segnato in modo negativo.

Leboyer lo scrive, e io l’ho visto con i miei figli: i bambini nascendo non piangono, non hanno motivo per piangere. Possono fare qualche versetto, ma il pianto è solo perché noi li disturbiamo tagliando, per esempio, subito il cordone ombelicale… Il cordone ombelicale non va tagliato: continua a rilasciare ossigeno attraverso il sangue finchè il bimbo non inizia a respirare da solo, lo sta tutelando; la cosa stupefacente è che il cordone smette di pulsare proprio quando il bambino inizia a respirare, come dicesse: “non c’è più bisogno di me!”. Da quel momento si può tagliare. Invece noi reagiamo alla intensità, alla emozione della nascita, tagliandolo subito. E il bimbo piange perché è costretto a respirare coi polmoni – cosa che non ha mai fatto prima – con tutti i rischi che questo comporta se qualcosa non va subito bene… Lasciando il cordone intatto invece il bambino passa dolcemente dal respiro attraverso il cordone al respiro polmonare, senza pericoli. È un mistero molto sapiente! Inoltre si è visto che, lasciato da solo vicino alla mamma, il piccolo appena nato pian piano si sposta e va al seno della mamma. Il bambino sa cercare il seno e fa esattamente la cosa più importante, che serve a lui e serve alla donna: serve a lui perché deve imparare a mangiare e quello è il momento dove ha il riflesso di suzione più forte. Serve alla donna perché succhiando il capezzolo, la placenta esce con molta più facilità. È saggia questa cosa! Non l’ha fatta nessuno questa cosa, ed è così sapiente!

Per lasciare che questa sapienza si dispieghi bisogna che prepariamo noi stessi a sostenere la situazione. E non solo noi, ma anche chi opera nel campo della nascita. Come genitori possiamo sapere tutto – come non va disturbato un bambino, che non va tagliato il cordone, che non va staccato dalla mamma – ma poi arrivano gli operatori e “zac!”, tagliano. Certi operatori mi hanno sinceramente detto: “Non so perché l’ho fatto, ma non ce l’ho fatta a non farlo!”. Perché non ce l’hanno fatta? Perché è difficile stare in quella situazione, perché non ci si abitua a una nascita, non ci si abitua al mistero! Si deve fare qualcosa di conosciuto anche se non serve… E quindi vanno preparati anche gli operatori.

Domanda (uomo): è molto interessante quello che dicevi nel dialogo con tua figlia che ti chiedeva “Da dove viene il primo bicchiere di latte?”.

A volte si dice che la morte la viviamo non solo in quell’unico momento alla fine della vita ma in tanti momenti, in tante “piccole morti”: nei momenti di perdita, di mancanza, di fine di una relazione. La morte ha una sua dimensione “quotidiana” che ci coinvolge molto.

Forse anche ognuna di quelle domande – di tua figlia, dei bambini e degli adulti – ognuno dei momenti di stupore che ci capita di vivere sono come “piccole nascite”? Se vedessimo quei momenti come qualcosa che si staglia e che ti include, e ti fa dire “cos’è?”… forse in quel modo l’evento “nascita” ci riguarderebbe da vicino? Anche se non siamo mamme.

Beatrice: assolutamente sì! Anche chi non ha mai avuto un figlio vive costantemente delle “nascite”: stupori, meraviglie. E si ritrova in quel momento come il neonato, con quello stesso sguardo. Per questo suggerisco spesso di guardare in silenzio il neonato. Quando le mamme dopo il parto mi dicono che vorrebbero venire a praticare Yoga ma sono troppo impegnate con il bimbo, dico loro: “Quando puoi vieni a praticare, ma intanto fa quello che fa lui. È lì sdraiato? Sdraiati anche tu e comincia a guardare con quello sguardo, così”.

Un neonato guarda le cose, ma non le sa nominare. Non sa che questo è un bicchiere, che contiene acqua, ma con questo non vuol dire che non lo veda. Solo non lo riconosce; riconoscere e vedere sono due cose diverse. Il neonato vede, ma non “riconosce” gli oggetti in quanto oggetti, non li sa nominare. Se provaste a guardare le cose senza dare subito loro un nome, così come farebbe il neonato, vi verrebbe da dire: “Non so cos’è questa cosa!”. Le guardate, e in quel momento la state veramente vedendo, proprio quando non riconoscete più una ‘cosa’ la state vedendo nel suo mistero sapiente! Quella cosa non so cos’è, ma so che c’è! Quelli sono i momenti importanti, sì è la nostra “nascita di nuovo”, assolutamente!

DOMANDA: un filosofo tedesco, Steinthal, scrisse che gli animali hanno memoria ma non hanno alcun ricordo. Per i bambini è lo stesso?

Beatrice: penso di sì! Interessante: cos’è una memoria senza ricordo? Cos’è un guardare senza riconoscere? Queste sono proprio le domande che fanno i bambini! “Mamma, com’è quella stanza quando non ci sono dentro e non la vedo?”

Com’è? Rispondete! Bella domanda, eh? “Com’è questa stanza quando nessuno la guarda?”. Sono domande che arrivano così, a bruciapelo.

Uno dei miei figli una volta sfrecciando per casa ha visto una videocassetta e ha chiesto “Mamma, perché c’è questa videocassetta?”. Allora ho chiesto: “Perché ci sei, tu?”. Risposta: “Ah!…se non ci sono io non c’è niente!”. Poi è ri-sfrecciato via!

Bisogna essere pronti a queste domande. In quella occasione ho imparato io, perché l’educazione non va in una sola direzione: potete insegnare, testimoniare e nel contempo imparare! Non fatevi sfuggire quando questi piccoli maestri insegnano: “Se non ci sono io non c’è niente!”. Dopo ho provato a chiedere: “Te l’ha detta papà, eh, questa cosa?”. Risposta: “No, io lo so!” .

Un’altra volta ha telefonato a casa nostra il nostro amico Giorgio e ha risposto la piu’ piccola al telefono. “Ciao, sono Giorgio”. E lei “Perché sei Giorgio?”. Provate a rispondere! Sono domande bellissime. Aiutatemi a fare in modo che queste “nascite” non vengano rovinate, che siano rispettate!

DOMANDA: mio figlio, quando non aveva ancora tre anni , mi ha chiesto: “Perché quella volta che ero sulla nuvoletta, ti ho scelto?” e io ci sono rimasta secca. Poi l’ho lasciato raccontare, però ha detto una cosa profondissima.

Beatrice: giusto, bisogna lasciarli parlare, non aver fretta di rispondere. Non vogliono risposte, vogliono celebrare il mistero con voi! Però tutto ciò è difficile da sostenere, sono momenti intensi: pensate alla persona che si sente chiedere: “perché sei Giorgio?”.

Bene, se avete delle idee Alessandra è a disposizione per raccogliere tutti i vostri suggerimenti. Asia Modena è a disposizione per accogliervi nella Via, perché qui ce ne sono veramente diverse. Ricordatevi che intraprendere una Via è il regalo più grande che potete fare a chiunque nasca. Grazie a tutti!

 

 

Trascrizione: Valentina Boni, Roberta Cappi, Claudia Vignudini. Redazione: Roberto Ferrari.

 

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Il corpo che nasce. Gravidanza e parto come vie sapienziali
/2 Conferenza di Beatrice Benfenati presso l’associazione culturale Asia Modena, giovedì 2 dicembre 2010, per il ciclo di incontri “Il corpo sapiente”.

2° Parte

Il parto, il dopo-parto e la Via

 

Il parto: il sentire come valore da sostenere e non da sedare

Secondo me nel sentire che emerge durante il parto, anche se non è piacevole, c’è un immenso valore. Ci stiamo preparando alla responsabilità di mettere al mondo un bambino, non è uno scherzo. Non per i problemi economici o di tempo, che sono reali ma in fondo secondari. E’ una grossa responsabilità perché quel bambino andrà educato. Di questa responsabilità vedo purtroppo che ci si fa sempre meno carico: ci si dimentica che quel bambino non ha solo bisogno di soldi, di tempo e attenzioni, di futuro; ha bisogno di essere educato a qualcosa, a un valore. E ve lo chiederà. Non subito, ma ve lo chiederà. Vi ricordate quando avevate tredici, quattordici, quindici anni? Arrivano le crisi, mamma e papà non sono più perfetti, quello che dicono non è più oro colato a cui il bimbo crede e che assimila. Arriva l’adolescenza cominciano i dubbi, e comincia di nuovo quel sentire.

Cos’è un adolescente? Non è più un bambino, non è ancora un adulto. E’ in quella fase, come la donna nei primi mesi di gravidanza, dove non è più quello di prima e non è ancora diventato qualcos’altro. Di nuovo viene fuori quel sapore. Magari come contestazione, rabbia. Le domande vengono fuori in forma di sfide. Non è che vi sfidano perché vi odiano, vi sfidano perché in fondo vi stanno chiedendo: ma tu l’hai risolto quel problema che io sto sentendo? Mi capisci quando io sto male?

Con gli adolescenti è inutile dire: “Figlio mio, hai tutto, perché stai male?”. Più hanno tutto e più stanno male, proprio perchè ancora maggiormente viene fuori che non basta. Conoscete la storia del Buddha: si narra che vivesse in un palazzo regale, aveva una moglie bellissima, gli era appena nato anche un bambino, aveva proprio tutto, un futuro da re. Ma sentiva questo sapore e si chiedeva cosa fosse. Buddha ha avuto la fortuna di essere nato in una cultura che sosteneva quella domanda. Noi, quando vengono crisi di questo genere agli adolescenti e non sappiamo più cosa fare, diamo loro delle pillole per calmarli. Questo è terribile, gravissimo. I momenti più importanti della nostra vita, noi li sediamo.

Ecco che arriviamo quindi all’epidurale. “Dall’epidurale alla meditazione“, il titolo del mio libro, non è stato scelto a caso. Vorrei innanzitutto chiarire che non sono a priori contraria all’epidurale, l’analgesia che permette – si dice – di soffrire meno nel travaglio e nel parto. “Si dice” perché in realtà, proprio alcune ostetriche che lavorano in ospedale mi hanno detto che non è vero che con l’epidurale non si senta nulla. È questo è un grosso problema perché, se si dice alle donne che attraverso quest’analgesia non sentiranno più nulla, queste si aspettano di non soffrire per niente. “Ma tenete presente – diceva un’ostetrica – che l’anestesia si fa a un certo punto del travaglio, e per alcune donne le prime fasi sono le peggiori”. Se una donna pensa che non sentirà alcun dolore, il rapporto con quel sentire della prima fase del travaglio sarà ancora più negativo.

Detto questo, ripeto, non sono a priori contraria all’epidurale: in certi casi, in certi travagli particolarmente difficili e dolorosi forse è importante averla a disposizione.

 

Il dolore del parto: non suscitare la sfiducia

Quello che mi fa soffrire tantissimo – e per questo ho dato questo titolo al libro – è vedere come sempre più donne oggi si preparano a partorire con l’epidurale ma non per loro scelta: se durante le visite ginecologiche alla donna viene chiesto: “Vuol sentire male o no? Vuole l’epidurale o no?”, se questo è l’unico criterio, è ridicolo pensare che possano scegliere. Questa è un’offesa per la donna, perché le stanno in realtà dicendo: non sarai in grado di sopportare quel male, quindi forse è meglio che tu faccia l’epidurale.

Una donna del mio corso di yoga in gravidanza quando è entrata in ospedale ha detto che non voleva l’epidurale, che era pronta a partorire. L’operatore che era presente ha detto: “Va bene, va bene, tanto fra un po’ la farà, tanto la fanno tutte, figuriamoci se lei non me la chiederà!”. Ecco io questa la ritengo veramente una frase sbagliata, non capiamo che effetto di sfiducia ha sulla donna. Quella donna era una persona di grossa forza d’animo e ha detto: “Bene, vedrai che ce la farò”. E ce l’ha fatta. Però non sono tutte così. Dicendo una cosa di questo genere, l’operatore rovina un momento che potrebbe essere uno dei più significativi della vita della donna. Le toglie il terreno sotto i piedi, le dice subito che non sarà in grado. Ma non e’ vero, noi siamo perfettamente preparate a partorire! Se c’è qualcosa di tutelato dalla natura è proprio la procreazione, che la specie continui, quindi figuratevi se non siamo preparate a partorire! Il problema è che spesso non abbiamo una condizione che ci permetta di partorire bene.

Partorire bene significa partorire nel “sacro”; significa che tutte le persone presenti sanno che in quel momento si sta celebrando un rito, che non è solo un evento medico. Anche se magari per motivi medici o per nostre scelte partoriamo in ospedale o con un cesareo – io ho sempre scelto di partorire a casa, però qualcuno può benissimo non sentirsela o non potere partorire a casa – la sacralità c’è sempre! Perché la sacralità non dipende da come sarà quella nascita, ma da quello che accade in quel momento: una nuova coscienza si apre sul mondo esterno, una donna diventa madre, un uomo diventa padre e incontra suo figlio. Nascono tante persone in quel momento: nasce un bambino, nasce una madre, nasce un padre. È un rito che si sta celebrando e che non va assolutamente sedato se non c’è una reale necessità. Se la donna è preparata e ha intrapreso una Via che le fa capire che in quel sentire c’è un valore, se il parto non viene disturbato, vi assicuro che ne vale la pena anche se quel sentire non è piacevole. Le contrazioni non sono piacevoli per niente, negarlo sarebbe un inganno. Ogni volta che incontro Frédérick Leboyer discutiamo su questo; lui dice che non si sente male a partorire. Gli dico: “Tu fai presto, sei un uomo, non hai partorito, certo, fai presto a dire che non si sente male, sono sicura che tu non senta male!”.

È un male però che ha un valore, è un male al quale noi siamo perfettamente preparate. Preciso che in realtà Leboyer differenzia il male della contrazione (meno intenso) dal male del crampo all’utero (molto doloroso), che si ha quando la donna è a disagio e resiste alle contrazioni, e in questo ha perfettamente ragione.

Va capito il significato di quel dolore nella contrazione. È l’unico modo che il corpo ha per guidare la donna, guidare il bambino alla nascita. Quel dolore troppo intenso non è un nemico, ma dice alla donna: “Guarda, quella posizione non va bene, cambiala, cercane un’altra spostati, girati, altrimenti il bimbo non nascerà”.

 

Il dopo-parto: saper stare con intensità emotive difficili

In Occidente pensiamo con l’anestesia di poter separare senza conseguenze la mente che rimane cosciente dal corpo che viene reso muto; questo non solo nel parto ma in tanti altri momenti. Ma un corpo che non può parlare avrà difficoltà a produrre, per esempio, le endorfine naturali, così importanti per mamma e bambino!

Si sente sempre più parlare della depressione post-partum, un senso di malinconia, di tristezza che prende frequentemente le donne dopo il parto. Di nuovo la affrontiamo sedandone i sintomi, rendiamo muto il corpo. Ma anche quel sentire ha un valore!

Ricordo benissimo una donna molto giovane che è venuta al corso di yoga in gravidanza. Nei nostri corsi ci continuiamo a vedere anche dopo il parto, e una volta vedendola scossa le chiesi cosa sentiva nel suo dopo-parto. Rispose: “Ho una sensazione stranissima: io sono in casa e tutto a un tratto le cose mi sembrano immobili. Tutte lì, sembra che non stia succedendo nulla, perde tutto di senso. Questi ritmi lenti ai quali mi costringe il bambino, questa immobilità forzata, sembrano dire che è tutto fermo, tutto per niente.”

Ed io: “Bellissimo! E’ una cosa stupenda! Pensa che il tuo bimbo è lì e si sta facendo le stesse domande. Però… perchè tu ti senti disperata e lui no? Che cosa vorresti adesso?” E lei :”Vorrei solo che questi momenti passassero”. Le ho detto: “Ma in questo momento, io e te stiamo parlando e ti senti bene, ti chiedo: qual è il sapore più vero? Quello che viene fuori in quei momenti di perdita di senso o quello della quotidianità, a cui vorresti tornare al più presto?”

Lei ha aspettato un po’, poi ha detto “Quei momenti di perdita di senso!”.

“Allora sappi che questa è una grossa possibilità: se tu scappi ora da quei momenti, in futuro, quando tuo figlio comincerà a chiederti tanti “perché” sulla vita, tu non saprai sopportarlo. Lo zittirai perchè con le sue domande ti farà venire fuori ancora quel sapore dal quale adesso fuggi. E quando sarà adolescente e ti chiederà ‘Perchè mi hai messo al mondo? Che senso ha tutto questo?’ Cosa gli risponderai? Che gli hai dato tutto? È una risposta questa? È ora il momento di stare con quel sapore e lavorarci sopra. Se ci lavori adesso è per te, ovviamente, ma anche per tuo figlio. E un Via per lavorarci sopra, qui c’è”.

Quel sapore non va sedato. Noi abbiamo l’idea che ciò che non è piacevole sia da togliere; soprattutto in momenti come la gravidanza, la nascita, il dopo parto, c’è questa idea assurda che ci debba essere solo felicità, solo serenità. Non è vero, ed è giusto che non sia così perché, se ci fosse solo serenità, significherebbe che siamo inconsapevoli della grandiosità dell’evento che stiamo vivendo.

 

Le “Vie” per la gravidanza e il parto

Occorre un Via per vivere questi “momenti magici” dove lo strato di scontatezza si dirada, che non sono naturalmente solo la gravidanza, il parto, il dopo-parto, ma tanti momenti nella vita. Intendo il termine “Via” nel senso orientale. Noi abbiamo un’idea del corso per la gravidanza, il corso dalle 17 alle 19, una o due volte alla settimana etc., ma la Via è un’ altra cosa. Si trasmette anche attraverso corsi, in appuntamenti precisi, ma soprattutto è una qualcosa che si pratica costantemente, anche nei momenti più banali e che ci trasforma, ci educa, ci prepara giorno per giorno a vivere, a crescere, a educare, ad affrontare momenti difficili e le domande che in essi nascono.

La Via che propongo è lo Yoga e la Meditazione, ma penso che ce ne siano tantissime altre. In realtà ho iniziato anche a proporre l’Aikido in gravidanza, soprattutto con pratiche che educhino a coordinare mente e corpo, a sviluppare il Ki, attraverso la spada giapponese per esempio, e ho visto dei risultati incredibili. Proprio l’ultimo mese sono arrivati due messaggi stupendi di donne, che hanno vissuto proprio quello che ripeto spesso ai corsi, che il valore c’è sempre anche quando le cose non vanno come vorremmo.

Queste donne hanno avuto entrambe il parto completamente stravolto rispetto alle loro aspettative: una pensava di partorire a casa, un’ altra di partorire nell’ acqua in un ospedale specializzato. Entrambe invece hanno avuto due cesarei, dopo ore e ore di travaglio. Ma tutte e due ne sono uscite con una gioia incredibile, perchè avevano una Via che le sosteneva. Una ha scritto: “In quei momenti difficili, ero centrata. Tutto è andato a rovescio rispetto alle aspettative, però ho tenuto il punto nel basso addome e devo dire che è stato importantissimo.”

E l’altra ha scritto: “Tutto quello che avevo pensato e temuto è accaduto, e, nonostante tutto, ero pervasa da una calma profonda. Mi sentivo invincibile, inattaccabile, come quando tenevo in mano la spada.”

Queste sono cose estremamente importanti. È per questo che spero che qualcuno di voi mi dia un po’ di consigli su come proseguire, perché stiamo pasticciando tutto. In questi momenti dove viene fuori la sapienza più profonda che abbiamo, noi sediamo le donne, facciamo loro credere di non essere capaci di farcela.

Non solo attraverso l’epidurale, ma anche con queste migliaia di esami che si prescrivono. Oggi ormai – è una cosa incredibile – una donna in tre mesi di gravidanza fa più esami di quelli che ho fatto io in tre gravidanze. Affidandosi agli esami la donna sente che sarà qualcun’altro che sa come vanno le cose, non certo lei, rinuncia ad ascoltarsi, non sa più sentirsi. Ma nel suo corpo c’è tutto, il corpo ha una sapienza immensa che parla tantissimo. Vorrei che ci fossero operatori che chiedessero alle donne come stanno. Invece la donna va dall’operatore, dal ginecologo e chiede a lui come sta lei. Ma vi sembra possibile? Devo chiedere ad un altro come sto io? Ma è impossibile! Certo, non voglio dire che certi esami non vadano fatti, ma con buon senso! Occorre anche una Via che ci riporti a quel sentire che ci abita e che abbiamo dimenticato, che ci porti a stare con noi stessi e ad avere fiducia in ciò che sentiamo.

Lo Yoga, l’ Aikido, la Meditazione sono tra queste Vie. A volte il sentire parla con sensazioni piacevoli, a volte no. Ma non pensiamo che quelle non piacevoli siano meno importanti! Dobbiamo imparare a fare come fa il neonato che è acceso, guarda, non piange, non ride. E’ stupito!

Allora il mio sogno è questo: che ci siano sempre più genitori che attraversano questi momenti – la gravidanza, il parto, il dopo-parto – sapendo della sacralità di quello che sta accadendo. Che nascano sempre più bambini rispettati, al di là di come andrà il parto; anche un cesareo può essere rispettoso!

Che ci siano sempre più operatori capaci di sostenere – prima di tutto in se stessi – questi momenti intensi in cui si dirada la scontatezza. E poi capaci di sostenere i genitori in questi stessi momenti.

 

Dopo la nascita: andare a trovare un bambino appena nato

C’è un’ultima cosa di cui vi vorrei parlare: sarebbe bello che anche i parenti e i conoscenti riconoscessero l’intensità che emerge in una nascita e sapessero rispettarla. Sto male quando vedo questi bimbi nati da poche ore, con venti, trenta persone addosso, tutti che li guardano! Ma vi rendete conto? Un neonato ha bisogno di mamma e di papà, basta. Per i primi giorni vanno lasciati in pace. Invece abbiamo questa idea che, nasce un bambino, e bisogna andarlo a vedere. Vederlo sì, ma tra qualche giorno, non subito! Lasciamoli in pace! Il neonato e i genitori hanno bisogno di silenzio, di stare con loro stessi, in quella situazione nuova. Non andate a trovare i bambini appena nati, vi prego, andate a trovarli dopo un po’!

Dopo qualche giorno magari la nuova famiglia comincia ad avere bisogno di aiuto, sarebbe quello il momento in cui andarli a trovare per dare una mano. E invece che succede? Il primo giorno tutti lì a guardare, poi non va più nessuno! Tutto a rovescio!

Perché? Sapere che è nato un bambino fa emergere quel sentire che ci coinvolge tutti, come ho detto all’inizio; anche chi non ha mai avuto figli e non li avrà sente qualcosa, e non capisce cosa sta sentendo. Lì uno dovrebbe sedersi e meditare: “Cosa sto sentendo? Perchè la nascita di un bambino mi fa sentire questa cosa?”.

E invece no, c’è un sentire intenso e confuso, non sappiamo perché ci sentiamo così, e per placarlo cosa facciamo? Andiamo a vedere il bambino! E ci diciamo: “Ah, ecco chi è!”. Poi gli diamo un nome, naturalmente dobbiamo capire a chi assomiglia… Sediamo il sapore di mistero, chi è?.

Ma quel bimbo ha bisogno di silenzio! E anche noi avremmo bisogno di attimi di silenzio in cui ascoltare ciò che sentiamo e chiederci: cosa vuol dire ‘nascere’? Chi, cosa nasce?

Allora quando venite a sapere di una nascita, anziché andare subito a fare visita, sedetevi e meditate. I genitori non saranno tristi, ve lo garantisco, se non arrivano venti persone a trovarli. Non farete loro dispiacere, non si sentiranno soli, perchè hanno una presenza immensa con loro. Avranno molto piacere che se ci andrete un po’ più avanti, magari con un grembiule ad aiutare in casa perchè ci sono tante cose da fare!

E soprattutto andateci parlando poco: vicino a un neonato si sta zitti, si parla piano , si parla dolcemente. Si lascia parlare lui, dobbiamo imparare noi da lui e non lui da noi! Ci si lascia inondare da quel maestro che è in casa. Ma non subito. Siamo troppo umani noi, per i neonati. Hanno bisogno di silenzio, con la presenza solo di chi è transitato con loro in quel rito che è la nascita.

Se avete qualche domanda mi fa molto piacere, ma anche qualche consiglio per portare avanti questo sogno, che io sento fondamentale per tutte le future generazioni. Grazie.

 

Trascrizione: Valentina Boni, Roberta Cappi, Claudia Vignudini.

Redazione: Roberto Ferrari.

 

 

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Prima parte della conferenza che ho tenuto ad Asia Modena il 2 dicembre 2010

Il corpo che nasce. Gravidanza e parto come vie sapienziali

Conferenza di Beatrice Benfenati presso l’associazione culturale Asia Modena, giovedì 2 dicembre 2010, per il ciclo di incontri “Il corpo sapiente”.

1° parte

 

Lo sguardo del bambino e la gravidanza

Il tema della sacralità della nascita mi sta molto a cuore, e so che in realtà riguarda tutti. Parlo di gravidanza, parto e dopo parto come momenti sacri in cui emerge un sentire particolare, ma quel sentire tutti lo riconoscono: anche se non avete avuto figli, quando avete incontrato qualcuno che vi ha detto che aspettava un bambino, o vi è stato detto che era nato un bambino, penso che tutti abbiate sentito qualcosa in quel momento, c’è un’emozione. Il vostro corpo sapientemente in quel momento ha parlato. Spesso sono sensazioni che noi non siamo educati a indagare; le sentiamo, ma non sappiamo veramente perché le sentiamo. Oppure magari le interpretiamo, ma con le prime parole che ci vengono, non è detto che siano le parole giuste per capire quello che in quel momento sentiamo.

Dopo tanti anni di pratica col maestro Franco Bertossa – che vorrei innanzitutto ringraziare perché tutto quello che scrivo nel libro (Dall’epidurale alla Meditazione, Ed. Eugea, 2011) sinceramente è stato scritto solo perché c’è stata la sua guida – dopo le esperienze dei miei tre parti, dopo le centinaia di donne che ho seguito in questi 30 anni di insegnamento, non ho veramente più dubbi sul fatto che gravidanza, parto e dopo parto siano grosse opportunità. Per questo parlo di sacralità: sono grosse opportunità per fare emergere un sentire che tutti abbiamo dentro e che in quel momento trova degli spazi per affiorare. Qualcosa si allenta, qualcosa si dirada e quel sentire, che ci accompagna sempre, affiora.

 

Davanti a un bambino che nasce

Se avete visto un bimbo nascere senza essere disturbato, avete visto che ha uno sguardo incredibile, uno sguardo intensissimo che dura veramente a lungo: lui vi guarda e vi continua a guardare. Non piange ma neppure ride, guarda, sempre guarda, e quello sguardo è proprio una intensa domanda. Una domanda che verso i tre anni, diventerà: perché? perché? perché? Non si tratta di domande, in realtà sono stupori.

Capiamo che sono stupori perché, quando noi rispondiamo ai perché dei bambini, loro rilanciano con un nuovo perché. Chi è genitore sa benissimo di cosa sto parlando. “Perché questo?” E tu rispondi con una spiegazione. “E perché quest’altro?” E tu rispondi, e di nuovo “Ma perché quest’altro?”.

Se hai intrapreso un percorso, se comprendi cosa sta succedendo in quel momento a quel bambino, puoi veramente sostenerlo nel suo stupirsi. Già quando nasce il bambino sente quello stupore, quella domanda senza parole. E lo stesso sentiamo noi ogni volta quando qualcuno ci comunica che aspetta un bambino; sentiamo uno stupore che è come se ci chiedessimo: che succede? cos’è? cosa vuol dire un nuovo bambino? cosa vuol dire una nuova persona, una nuova vita?

Sappiamo tutti come inizia una nuova vita: un uovo e uno spermatozoo si incontrano e parte un processo di maturazione che sappiamo descrivere, ma questa descrizione non è una spiegazione. Soprattutto quando il bimbo nasce e lo incontriamo, noi vediamo che non è solo un insieme di cellule perfettamente organizzate – sicuramente un essere umano è veramente qualcosa di stupefacente anche per come è fatto – ma voi vedete lì dentroqualcuno che vi guarda. Quindi non è solo una questione di cellule che si sono moltiplicate, ma c’è una coscienza accesa che vi guarda. E non solo vi guarda, vi guarda anche in un certo modo: proprio quella coscienza vi guarda. Ho avuto tre figli, ho visto tanti bimbi, e non è assolutamente vero che i bimbi sono tutti uguali. Nascono già come se avessero una storia precedente, con uno sguardo diverso per ognuno. Dentro a quello sguardo stupito c’è qualcuno e c’è qualcuno anche di molto antico. Ed è un mistero, per questo ti stupisce e ti fa chiedere: cos’è? chi è? com’è possibile? da dove viene? che succede? che senso ha?

Incontriamo il neonato, ma incontriamo anche noi stessi in quel momento. Lui è una nuova vita, ma anche noi siamo vivi: che succede? cosa sono? Incontrare la nascita, un neonato, è una grande opportunità di incontrare la vita come mistero. Una opportunità che però perdiamo se non siamo preparati, se non siamo educati attraverso una Via – dopo vi parlerò di cosa significa per me “Via”. Per incontrare quello sguardo così pieno di intensità e di domande senza parole che qualcosa in noi riconosce senza saperselo dire, bisogna essere preparati.

 

Educare alle intensità della nascita

C’è un altro aspetto per cui è importante educare alla intensità della nascita: se non siamo preparati non solo perdiamo un’occasione di crescita, ma in più faremo guai, come genitori ma anche come operatori che assistono la nascita, o come parenti e amici che fanno visita al nuovo nato nei giorni successivi.

Questo è il motivo per cui da anni mi batto tenendo corsi anche per operatori della nascita. E continuerò a tenerli, perché diversi di loro, dopo pratiche di yoga, mi hanno detto: ” E’ vero, hai ragione tu, tante volte noi potremmo evitare di fare tante cose quando nasce un bambino, ma stare lì, in quell’intensità, in quella potenza che si scatena in quel momento, non ci riesce”. E allora in quel momento magari lavare un bimbo, tagliargli il cordone ombelicale, misurarlo, dà l’impressione di normalizzare la cosa; una cosa che di normale, di scontato, non ha nulla. Non c’è niente di scontato nel fatto che ci siamo, che esistiamo, il nostro corpo ce lo dice in tante occasioni e soprattutto nella nascita. Questa è la mia battaglia: vorrei proporre una Via per preparare le persone a reggere quella intensità e capirla per non fare pasticci, per permettere ai bambini di venire al mondo nel rispetto. E spero che mi diate un po’ di consigli, perché veramente ne ho bisogno per capire come portare avanti questa cosa, è talmente importante e ci riguarda tutti.

Il bambino nasce e non è preoccupato, è aperto a questo mistero. Se noi non l’abbiamo disturbato non piange, ha gli occhi aperti – non è vero che i bimbi nascono sempre con gli occhi chiusi, nascono con gli occhi chiusi quando gli accendiamo una forte luce in faccia, così controlliamo bene come vanno le cose. Il bimbo se è accolto bene non ha bisogno di piangere e testimonia qualcosa che noi dovremmo prima di tutto imparare a rispettare e poi da lui imparare, giorno per giorno. Per diversi giorni dopo la nascita, se non viene disturbato, questa sua presenza ci dice tantissimo.

 

In gravidanza: le sensazioni dei momenti di apertura

Vi ho parlato del momento della nascita, ma ora vorrei fare un passo indietro e tornare alla gravidanza, un percorso importantissimo anch’esso capace di aprire a grandi opportunità. Vorrei prendere a prestito l’espressione di una pediatra che ammiro molto, si chiama Iris Paciotti: lei chiama “magici” i momenti di apertura come la gravidanza e il parto, quei momenti dove quello strato di scontatezza che copre tutto si dirada e qualcosa può emergere. Parlo di gravidanza, parto e dopo parto ma è solo un pretesto, in realtà questi momenti avvengono anche in altre occasioni, nella vita di tutti. Perché si dirada quello strato di scontatezza? Cosa succede? In gravidanza succede fin dal primo momento in cui la donna sa di aspettare un bambino: non è più quella di prima, comunque andranno le cose qualcosa è cambiato in modo irreversibile. La donna non si sente più quella di prima, però non si sente ancora “donna in gravidanza”: la pancia non c’è, non ha sensazioni particolari. Questo momento in cui non è più quella di prima e non si sente ancora in gravidanza, è uno di quei “momenti magici”: non sa bene cosa è veramente, non sa più dove collocarsi.

Questi momenti di apertura sono a volte accompagnati da sensazioni non piacevoli. Questa è un’altra cosa estremamente importante da dire perché tutti si aspettano che, quando una donna viene a sapere di aspettare un bambino, diventi la persona più felice di questo mondo. Non è quasi mai così, o almeno non solo. C’è magari un momento in cui si sente estasiata, e poi il giorno dopo è disperata. Se leggete le testimonianze delle donne che sono alla fine del mio libro, contengono frasi bellissime. Una mamma scrive: “Quando ho saputo di aspettare il bambino mi sono infilata vestita sotto la doccia, ho aperto l’acqua e ho cominciato a urlare”.

È stata una cosa importantissima! Ma posso dirlo solo perché poi è entrata in una Via, altrimenti tutta quella intensità avrebbe potuto essere drammatica; grazie alla Via, quel momento è diventato poi un sostegno enorme.

Siamo abituati a pensare che solo le buone sensazioni siano portatrici di valori, ma non è assolutamente vero! A volte certi significati importanti, valori autentici, emergono attraverso sensazioni non necessariamente piacevoli. Ce lo insegna il bimbo quando nasce: non piange, ma neppure ride. Non è felice di nascere! “Però – noi pensiamo – se non è felice allora è triste”. No! Buddha ha parlato della Via di Mezzo: nè felice, nè triste. Allora com’è il neonato se non lo disturbiamo? Ci disorienta. È domandoso. Stupito. Stranito.

In questi momenti magici di apertura, legati o meno alla gravidanza e alla nascita, quella coltre si dirada un po’ e viene fuori la domanda da cui siamo abitati, spesso senza parole. Viene fuori con sapori alterni: possiamo essere immensamente felici un giorno e immensamente angosciati il giorno dopo. In sé non sarebbe un problema se in quella sensazione sgradevole che a volte chiamiamo “angoscia” non ci fosse purtroppo anche un giudizio che ci dice: “Questo è sbagliato, non dovresti, sei una donna in gravidanza, dovresti essere serena”. O peggio ancora: “Cosa fai? Chissà cosa sentirà il tuo bambino se tu provi angoscia!”. Questo giudizio è il vero problema, questo – come dice il Buddha – è soffrire di soffrire, essere angosciati di essere angosciati. Quella seconda angoscia è veramente il problema perché non è più una domanda, come la prima, ma è una risposta! Non apre, chiude. Mi sono risposta e ho detto: “Quell’angoscia non ci deve essere, è sbagliata”. E mi viene il senso di colpa.

La risposta, soprattutto se è sbagliata, ha un potere veramente dannoso: chiude i giochi, diventa un punto, diventa una fine, una conclusione tirata; se poi quella conclusione è tirata male è ancora peggio.

 

Ancora durante la gravidanza: rassicurarsi o prepararsi alle difficoltà?

Quando vengono da me le donne in gravidanza e dicono : “Ho fatto l’esame… è andato benissimo!”, in quel momento cerco di ricordare loro che andava benissimo a quell’ora in cui l’hanno fatto , che quell’esame dimostra solo che il bimbo stava bene in quel momento“. È un grosso errore dimenticare che noi non abbiamo mai nessuna garanzia! Perchè poi, quando arriva un problema grosso, siamo impreparati.

Un’ altra mamma ha avuto tre bambini e tutte e tre le volte è venuta a fare il corso di Yoga in gravidanza. Quando è venuta la prima volta, col compagno ha partecipato a un incontro per i genitori durante il quale ho detto:”Attenzione! I bimbi stanno bene ora, dobbiamo tenerlo presente, non ci sono mai garanzie. Non pensarci non è la soluzione”.

Tempo dopo, mi ha detto: “Sai siamo usciti io e mio marito, molto contrariati. Ti devo dire che anche eravamo un po’ arrabbiati con te: perchè in un momento così bello come la gravidanza ci venivi a fare questi discorsi? Siamo usciti che un po’ ti odiavamo. La settimana dopo, purtroppo, sono andata a fare l’ecografia e il bimbo stava malissimo!”.

Purtroppo non è nato, quel bambino.

Lei dopo mi ha telefonato, in lacrime. Però diceva: “Per fortuna che tu hai detto quella cosa. Perché ciò che in quel momento così catastrofico mi ha sostenuta è stato il fatto che da  una settimana, pur quasi odiandoti per quello che avevi detto, ero costretta a pensarci. Quando sono andata a fare quell’ esame, quando mi hanno detto questa cosa, che è stata terribile, non ero totalmente illusa. Sarebbe stato immensamente più terribile se io fossi arrivata lì con l’idea che, in base agli altri controlli, andava sicuramente tutto bene, senza neppure un piccolo spazio di dubbio. E invece, averci pensato una settimana, aver pensato che noi non controlliamo niente, che non abbiamo garanzie… . È vero che non dà una bella sensazione questo pensiero, però è vero”.

La soluzione non è fare gli struzzi e non pensarci perché, anche quando il bambino crescerà, nei momenti difficili vi chiederà ad esempio della morte e guarderà come rispondete e cosa sapete. A un certo punto i bimbi si accorgono che si muore e fanno domande, non ancora domande spaventate, solo domande. Se uno ha un suo credo religioso, in quel momento è importante perchè forse grazie ad esso ne parlerà in un modo sincero e forte, che sostiene. Per molti ormai la religione non è più un riferimento e in quei momenti non si sa che cosa rispondere. Ma se siete spaventati, imbarazzati, se non sapete cosa dire… se il bambino vi vede minimizzare, distrarvi o cambiare discorso… ecco cosa impara: “Se la mamma o il papà non ne vogliono parlare, allora forse è una cosa brutta, da temere”.

Li stiamo già educando a una paura che loro non avevano. Per questo parlo di grande responsabilità educativa: se non li sappiamo sostenere noi questi momenti, creiamo un problema anche a loro.

Quindi, tornando ai sapori difficili della gravidanza, non colpevolizzatevi, non cercate a tutti i costi di rassicurarvi, non fuggite, non distraetevi. Piuttosto chiedetevi: perché sento questi sapori? che significano? In questo mio non stare proprio completamente bene… ci può essere invece un valore?

 

Trascrizione: Valentina Boni, Roberta Cappi, Claudia Vignudini.

Redazione: Roberto Ferrari.

 

 

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Come si fa a far ancora finta di niente?

Dopo che sono state scritte queste parole, come si fa ancora a far finta di niente?
Da “Per una nascita senza violenza” di Frédérick Leboyer:

Quell’istante della nascita, questo momento di fragilità estrema, come bisogna rispettarlo!
Il bambino è tra due mondi. Su una soglia. Esita.
Non fategli fretta. Non spingetelo. Lasciatelo entrare.
Che momento! Che cosa strana!
Questo esserino che non è più un feto e o non ancora un neonato.
Non è più dentro la madre, l’ha lasciata. Eppure lei respira ancora per lui.
È l’istante analogo a quello in cui l’uccello corre con le ali spiegate e poi di colpo, appoggiato sull’aria, volerà.
Quando si è staccato da terra? Quando ha decollato? Non si sa.
Come non si sa dire quando la marea che sale comincia a ridiscendere.
Un momento ineffabile, impalpabile, il momento della nascita, quello in cui il bambino lascia la madre…
Questo momento fragile, impercettibile, voi, con le vostre mani rozze, non dovete toccarlo, senza capire…


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Yoga in gravidanza ad Asia

Alcune immagini tratte da una mia lezione di yoga in gravidanza:

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